


Personale Galleria Vicolo Quartirolo BO
Non so se la scelta fatta da Follin, di considerare il tessuto bianco e il cartoncino come luogo per il suo modus pingendi, sia stata più dettata da facilitazioni di trasporto che da reali esigenze comunicative.
Mi risulta, comunque, arduo pensare che la scelta dei materiali, per un artista attento, possa essere secondaria e di scarsa strutturazione. Allora penso che, evidentemente, il Nostro abbia voluto convincerci dell'utilità di tale scelta per dare un senso più organico a tutto il suo operare.
Perché un grande tessuto tenuto "prigioniero" da due effimeri legnosi sui lati superiore ed inferiore? Perché non irrigidire tutto il banco di lavoro (il tessuto), confinandolo nel carteggio delle cosiddette "tele"? Perché l'uso di piccoli cartoni? ("piccoli" è in opposizione al "grande" del tessuto).
Le scelte fatte da Follin ostentano le necessità: la necessità di non "chiudere" gli spazi materici, la necessità di non "chiudere" gli spazi psicologici. Emerge, quindi, come protagonista, la "non chiusura", ripetutamente ostentata, paragonabile ad un urlo lancinante. E questo urlo si "sente". Il magma cromatico fuoriesce da un punto evento, al di fuori dello spazio materico, e scorre irriverito tra reticolati romboidali, ovalizzazioni iunghiane, geometrismi gocciolati.
Il moto della scrittura cromatica delinea la verticalità della progressione lavica, I'orizzontalità degli intenti e l'obliquità della ragione. Le energie convergono e si fissano, momentaneamente, sul grande tessuto. Bisognerebbe soffiare trasversalmente per "rimuovere" i vapori prodotti, ma, si sa, nei luoghi chiusi circola poca aria.
E allora creo l'illusione: "apro" lateralmente il tessuto, non lo delimito, lo lascio respirare. Così facendo, respiro anch'io. E respira, con me, la mia adrenalina, il mio cervello, il mio spirito; mi riposo mi ricarico ed eccomi pronto per l'ennesimo rigetto. E' un'operazione intellettuale.
I geometrismi presenti nei lavori di Follin suggeriscono questo: non li identifichi come "residui" dell'effetto lava, non li identifichi come “protoimmagini" della memoria. Leggi loro come cartoline del mondo strutturato intellettualmen- te, poste al di sopra o tra le scorie materiche/passionali e istintive dell'umano vivere. I gesti pittorici sono visibili e guidati come i legni che "legano" i tessuti. Le mani sudano mentre eseguono e, a volte, sorridono.
Una facciata roboante, di "effetto", da mozzafiato in cui tu, che vedi, hai sensazione di conoscere e di riconoscere alcuni passaggi. Follin diviene catartico. Il suo pensare, legato alle problematiche umane, diventa materia di scambio. La sua oligarchia chiede la trasformazione. Trasformazione, questa, che è tangibile nei suoi cartoni. Una diversa presa cromatica e strutturale, libera da ogni tipo di schematismo precostituito, ne delinea il cammino senza affanni e senza necessità di ostentazione. La barriera intellettuale è superata, il femmineo si armonizza con il virile, gli equilibri si ricompongono. Ma solo per essere rotti.
Hancel D'ambrosio